CAMION BOMBA IN UN VILLAGGIO CURDO, OLTRE 20 VITTIME
(AGI/AFP) - Wardak, 10 set. - Un camion bomba e' esploso in un villaggio curdo in Iraq provocando oltre 20 morti. L'attentato e' avvenuto a Wardak, 390 chilometri a nord di Baghdad, e ha distrutto una dozzina di case, lasciando a terra un immenso cratere. Secondo la ricostruzione delle forze di polizia il camion sarebbe entrato nel villaggio dalla periferia. Alcune guardie avrebbero tentato di fermarlo sparandogli contro e rimanendo uccise dall'esplosione. Il bilancio e' di 22 morti e di 45 feriti. La situazione in Iraq e' peggiorata negli ultimi mesi: secondo dati diffusi dal ministero della Difesa da agosto sono infatti morte in attentati 453 persone nel Paese di cui 393 civili, 48 poliziotti e 15 soldati iracheni.

Hilla: bomba in un mercato, 5 morti
Cinque persone sono state uccise e almeno 18 ferite dall'esplosione di due ordigni carichi di dinamite nel mercato di Hilla, città a Sud di Baghdad. Secondo fonti di polizia citate dall'agenzia Nina, il numero delle vittime è destinato a salire. Un'altra bomba è esplosa, sempre stamani, in una zona centrale di Baghdad, nel quartiere Karrada, ferendo otto persone e danneggiando alcune abitazioni. E si aggrava anche il bilancio dell'attentato di stamani nel mercato di Mahmudiya, a 30 chilometri a Sud dalla capitale: nell'esplosione hanno perso la vita quattro persone e ne sono rimaste ferite almeno 30.

Mahmudiya: bomba in mercato, vittime
(ANSA) - BAGHDAD, 10 SET - Due persone sono morte e almeno 10 altre sono rimaste ferite in un'esplosione avvenuta nel mercato di Mahmudiya, a 30 km a Sud di Baghdad. L'esplosione ha anche causato ingenti danni agli edifici e ai negozi della zona. Mahmudiya si trova in quello che un tempo era chiamato il ''triangolo della morte'' a causa dei sanguinosi scontri tra le milizie sciite e quelle sunnite per il controllo del territorio.

Baghdad pronta alla festa per la liberazione del giornalista che lanciò le scarpe contro Bush
Tutta Baghdad è pronta alla festa. Il 14 settembre, giorno della sua uscita di prigione, verrà accolto come un eroe. Cosa non frequente per un giornalista ma Muntazer Al-Zaidi non è un reporter come tutti gli altri, è l’uomo che, durante l’ultima conferenza stampa di George W. Bush a Baghdad si tolse le scarpe e gliele scagliò contro.
Bush, nella circostanza, si dimostrò in forma e schivò i proiettili mentre Muntazer finì in prigione con una condanna a tre anni poi ridotta ad uno e quindi a dieci mesi. Il gesto, però, gli è valsa l’elezione a eroe del mondo arabo, emblema di chi considera gli Usa una tracotante potenza imperialista.
E Muntazer, una volta fuori dalla cella, è atteso da celebrazioni e ricchi premi. Spiega il direttore di Al Baghdadiya, la tv per cui lavora il "lanciatore di scarpe" dal 2005: «Un iracheno che vive a Rabat ha chiamato per offrirgli la figlia in sposa. Un saudita era disposto a pagare 10 milioni di dollari per le scarpe. Un altro marocchino ha offerto un cavallo con la sella d’oro. Dalla Palestina hanno chiamato molte famiglie, donne che volevano sposare Muntazer».
Una "Muntazer mania" dagli imprevedibili risvolti commerciali: In Egitto si vendono le magliette con la sua effigie, in Turchia è il protagonista di giochi per l’infanzia.
Un altro abitante dei territori occupati, Ahmed Jouda, ha venduto metà delle sue capre per pagare le spese del processo contro il giornalista e freme in attesa della scarcerazione: «Allora dissi che gli avremmo dato in sposa una delle nostre figlie. Siamo gente di parola. Se vuole, c’è una sposa palestinese rivestita d’oro che lo aspetta».
Intanto ad attenderlo ci sarà un gregge di pecore da immolare in segno di ringraziamento. E poi la festa, con tanto di tamburi e gruppi musicali. «Molte persone a Bagdad stanno preparando il banchetto di ringraziamento», carne di pecora arrostita nelle strade.
Una festa tutta popolare, senza nessuna complicità dello Stato, ma sentita dalla gente. Il governo, invece, vuole continuare a restarne fuori: a gennaio, l’esecutivo di Baghdad fece rimuovere una statua in suo onore, una scarpa dorata di oltre tre metri piazzata davanti all’orfanotrofio di Tikrit.
Una scelta, quella dell’orfanotrofio, non casuale ma fatta per ricordare le parole che il reporter rivolse a Bush lanciando i suoi stivali, parole che gli iracheni hanno fatto proprie e non dimenticheranno mai: «Questo è il tuo bacio d’addio, cane. Questo è per le vedove e per gli orfani iracheni».

Iraq, SOS mine
di Ornella Sangiovanni Osservatorio Iraq, 10 settembre 2009
In Iraq ci sono 25 milioni di mine, e servono 20.000 esperti solo per rimuoverne la metà, su un arco di dieci anni. A fare il quadro della situazione è Zahim Jihad, direttore di una delle organizzazioni irachene che si occupano di sminamento, che esorta gli organi governativi competenti a prendere in considerazione il pericolo rappresentato non solo dalle mine, ma dagli ordigni inesplosi sparsi su tutto il territorio del Paese.
Mine e ordigni inesplosi, eredità delle numerose guerre, ultima l’invasione guidata dagli Usa del marzo 2003, minacciano la vita in molte zone dell’Iraq - sottolinea Jihad - creano problemi all’agricoltura, e impediscono molti progetti di sviluppo – nel settore petrolifero, e in quello dell’elettricità e delle ferrovie.
Il direttore della "Iraqi Mine and UXO Clearance Organization" (IMCO) - una organizzazione non governativa irachena che dal settembre 2003 ha rimosso oltre 174.000 fra mine antiuomo e ordigni inesplosi di vario tipo in tutto il Paese – dà un po’ di cifre, riportate dal quotidiano arabo al Quds al Arabi.
Venticinque milioni di mine
Dei 25 milioni di mine sparse su tutto il territorio iracheno, 10 milioni sono nella regione del Kurdistan, nel nord. Alle mine vanno aggiunti 3 milioni di tonnellate fra missili e bombe inesplose che minacciano la vita in 9.995 centri abitati in tutto il Paese. Sono 4.446 le zone a rischio che contengono ordigni inesplosi, 3.385 quelle dove si trovano munizioni e residuati bellici, e 1.682 quelle infestate dalle cluster bombs – le famigerate, e micidiali, "bombe a grappolo".
Non è la prima volta che Jihad sottolinea la gravità della situazione irachena. Agli inizi di giugno, il direttore dell’IMCO aveva chiesto alle autorità di Baghdad e agli organismi internazionali una azione immediata, facendo presente che l’Iraq ha bisogno di molto più aiuto in questo campo di quello che riceve attualmente.
"L’Iraq è sull’orlo di una crisi sociale e ambientale, se la situazione rimarrà come è adesso", aveva dichiarato a IRIN News - progetto di informazione dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite.
Gli iracheni che restano menomati, dopo essere saltati su una mina – e continua a succedere – vivono in condizioni assai difficili.
Lo mostrano i risultati di una rilevazione condotta in luglio dalla Croce Rossa internazionale, riferiti da al Quds al Arabi, che evidenziano un deterioramento dei servizi offerti alle vittime delle mine, conseguenza delle condizioni attuali di sicurezza in Iraq.
La vita dura degli iracheni vittime delle mine
Delle 98 persone di età compresa fra i 16 e i 78 anni (81 uomini, 16 donne, e un bambino) - intervistate nelle tre province kurde di Sulaimaniya, Irbil, e Dohuk, in quelle di Bassora e Maysan, nel sud, e in quella di al Anbar, nell’ovest - 69 hanno detto che il reddito delle loro famiglie non è sufficiente a provvedere alle loro necessità.
Alcuni hanno aggiunto di aver perso il lavoro, in seguito all’incidente e alla loro condizione di invalidi; un terzo degli intervistati sono capifamiglia.
I servizi offerti a queste persone continuano a peggiorare, sottolinea la Croce Rossa, nonostante l’ampia presenza di organizzazioni internazionali nel nord del Paese.
La situazione attuale dell’Iraq inoltre fa sì che le attività di sostegno psicologico siano carenti.
Gli aiuti internazionali, dice l’organizzazione umanitaria, hanno avuto un effetto positivo per quanto riguarda l’assistenza sanitaria. Minore invece l’impatto a livello delle attività di riabilitazione fisica, perché le cattive condizioni di sicurezza impediscono che l’assistenza arrivi a tutti coloro che ne hanno bisogno.
La Croce Rossa internazionale riferisce che, alla domanda su come valutavano la loro situazione negli ultimi cinque anni, 49 degli intervistati hanno risposto che era peggiorata; 21 hanno detto che era rimasta uguale, e solo 26 hanno detto che era migliorata.
Fonti: al Quds al Arabi, IRIN News

Sciiti, kurdi, e Allawi alle elezioni politiche in un "fronte ampio" nazionale?
di Ornella Sangiovanni Osservatorio Iraq, 10 settembre 2009
Un fronte ampio, molto ampio, con cui andare alle prossime elezioni politiche. Sarebbe questo il progetto a cui mirano trattative in corso fra la Iraqi National Alliance (INA), la nuova coalizione sciita, i due maggiori partiti kurdi, e anche la Iraqi National List (INL) dell’ex premier Iyad Allawi, il paladino per eccellenza del "progetto nazionale" iracheno.
Adel Abdel Madhi, uno dei due vice presidenti iracheni, nonché esponente di spicco del Consiglio Supremo islamico iracheno (ex SCIRI), uno dei partiti più influenti fra quelli che compongono la nuova coalizione sciita, rivela che "l’INA ha in corso colloqui con i due principali partiti kurdi con l’obiettivo di formare un fronte che includa diverse liste per partecipare alle elezioni parlamentari".
Le sue dichiarazioni alla stampa arrivano da Sulaimaniya, uno dei due maggiori centri della regione autonoma del Kurdistan, dove Abdel Mahdi è andato per incontrare il presidente Mas’ud Barzani (leader del Partito Democratico del Kurdistan), e, prima di lui, Jalal Talabani, presidente dell’Iraq, ma anche leader dell’altro partito kurdo – l’Unione Patriottica del Kurdistan.
E dalla città kurda, il leader politico sciita fa sapere che la questione principale che si sta discutendo con Barzani e Talabani "è l’idea di fondare un fronte nazionale che comprenda diverse liste", con cui discutere la formazione e il programma del prossimo governo. Cioè il governo che dovrebbe uscire dalle elezioni politiche previste per metà gennaio.
Che colloqui di questo tipo sono effettivamente in corso lo conferma [in arabo] al quotidiano arabo "al Hayat" un altro esponente del Consiglio supremo – lo sceicco Hamid Molla al Sa’adi, che aggiunge che l’INA è in trattative anche con la lista di Allawi "per formare un ampio blocco nazionale" con cui andare alle prossime elezioni.
Sono consultazioni che si svolgono su più di un piano, e a cui partecipa anche l’Iraqi Islamic Party (IIP) e altre componenti dell’Iraqi Accord Front (IAF), la principale coalizione sunnita rappresentata in Parlamento, spiega lo sceicco. Ancora, però, non si è arrivati a un risultato finale.
Dentro la INA tuttavia c’è chi ha dubbi a riguardo. Fadhila, ad esempio, partito sciita di ispirazione 'sadrista’. Jaber Khalifa Jaber, uno dei suoi deputati, considera difficile la formazione di una lista che comprenda, oltre alla coalizione sciita, anche i kurdi, e "impossibile per le prossime elezioni parlamentari". Ammette che esiste un’idea di formare "una grande lista nazionale" che comprenda tutti i grandi partiti. Allo stato attuale delle cose, però, sottolinea, "mettere in atto un’alleanza di questo tipo è una cosa difficile".
Secondo Abdel-Bari Zebari, deputato kurdo, a definire la forma finale delle alleanze per il voto di gennaio sarà la legge elettorale che il Parlamento approverà durante l’attuale sessione (i lavori sono ripresi da pochi giorni, dopo la pausa estiva).
In casa sunnita, le cose non sembrano molto chiare. Osama al Tikriti, Segretario Generale dell’ Iraqi Islamic Party, dice che il suo partito è in trattative con le componenti dell’IAF (del quale fa parte), "per riorganizzare le carte per partecipare alle prossime elezioni parlamentari".
Oltre a questo, però, dice Tikriti alla stampa, si pensa di aprire colloqui con alcuni fra i blocchi politici più importanti – e cita fra i gruppi papabili il National Future Gathering di Dhafir al Ani, l’Iraqi Front for National Dialogue di Salah al Mutlaq, la lista al Hall di Jamal Karbuli, l’"Associazione degli Ulema e degli intellettuali iracheni" guidata da Abdel Latif al Hamim, e poi – non possono mancare – capi tribù.
L’obiettivo? Formare "un ampio raggruppamento" con cui andare alle elezioni di gennaio. Ma davvero?
Fonte: al Hayat
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